mercoledì 28 agosto 2013

“il denaro è un’illusione collettiva”

“il denaro è un’illusione collettiva”.
 Questa affermazione può avere varie chiavi di interpretazione, ma si può affermare che ciò sia vero anche in senso abbastanza stretto.
La grande maggioranza delle persone è abituata a pensare al denaro come qualcosa di diverso rispetto a ciò che esso è veramente.
La mente umana ha una certa difficoltà a gestire i concetti astratti. Lo può fare, ma richiede un certo sforzo. I processi “automatici” (li chiamiamo in questo modo improprio per semplicità) della mente tendono a fare enormi semplificazioni che vanno benissimo per il mondo fisico, ma molto meno per i concetti astratti.
La grande maggioranza delle persone tratta il denaro come qualcosa di fisico, le cui caratteristiche non cambiano nel tempo. Se hanno, diciamo, 100.000 euro in banca, sono abituati a pensare a questi 100.000 euro come ad unoggetto, non come ad una relazione. Cioè come qualcosa che ha delle proprietà intrinseche, invece di qualcosa le cui proprietà derivano dalla interazione fra le persone che decidono di utilizzarlo.
Se ci riflettiamo con attenzione, tutti noi comprendiamo facilmente che il denaro, di per sé, non ha alcun valore. Ciò nonostante, tutti noi lo trattiamo come qualcosa che ha valore in sé.
Perché questo accade?
Perché i cambiamenti nelle proprietà del denaro, derivanti dalle interazioni fra coloro che lo utilizzano, sono di due tipi:
continui, ma estremamente graduali;
repentini e di grandi dimensioni, ma molto rari.
La nostra mente è abituata a gestire cambiamenti che sono sufficientemente frequenti e consistenti, come le condizioni meteo. Se i cambiamenti sono estremamente graduali, come il fenomeno della deriva dei continenti, oppure molto rilevanti ma rari, come un terremoto, la nostra mente esercita una semplificazione necessaria e tende ad ignorare questi fenomeni.
Il denaro che noi utilizziamo tutti i giorni è soggetto sia a cambiamenti continui (inflazione regolare) sia ad eventi traumatici (grandi svalutazioni, cambi forzosi, ecc.), ma noi tendiamo ad ignorarli.
Ogni giorno pensiamo al “gruzzoletto” che abbiamo da parte –per chi ha la fortuna di averlo– e crediamo che oggi quel gruzzoletto sia uguale a ciò che era ieri e sarà uguale a quello di domani (1).
Noi pensiamo al denaro come al “nostro” denaro. Quello che “io” ho guadagnato… quello che “io” ho messo da parte… il “mio” conto in banca.
Già pensare al denaro come “nostro” è una semplificazione necessaria, ma che ci porta a commettere importanti errori di percezione. Un oggetto può essere nostro (2). Una proprietà come un terreno, una casa, una bicicletta. Il fatto che sia nostro significa che possiamo disporne come vogliamo (chiaramente, nei limiti di ciò che è consentito dalla legge).
Col denaro, invece, non possiamo fare altro che scambiarlo con altre cose le quali, quelle sì, diventeranno nostre. Ma i 100.000 euro che oggi ho sul conto, con quante e quali cose potranno essere scambiate fra un anno, cinque anni o dieci anni? Questo non dipende in nessun modo da noi. Il denaro non ha proprietà intrinseche. Se ho una bicicletta, fino a quando non si rompe, io so che potrò usarla esattamente per la funzione per la quale l’ho acquistata. Con il denaro, la sua funzione di scambio varia in continuazione per una serie di fattori che sono completamente fuori dal controllo del possessore del denaro. Se noi consideriamo il denaro per la sua capacità di essere scambiato, dire che una persona possiede questa capacità è un nonsenso poiché questa capacità muta continuamente e non dipende in nessun modo da lui.
La maggior parte delle persone si inferocisce se vede il numerino del saldo del conto corrente diminuire, magari per effetto del pagamento di un tassa, ma non comprende che il problema è fare in modo che lo stesso numero –o anche un numero inferiore– possa avere un valore superiore, cioè possa essere scambiato con oggetti o prestazioni di servizi che abbiamo più valore.
Il denaro è la rappresentazione di una relazione, non è un oggetto!
Che cos’è che fa mutare il valore del denaro? L’interazione fra i soggetti che scelgono di utilizzarlo. Cioè i comportamenti degli agenti economici. Questa interazione è influenzata pesantemente da una serie di regole di politica economica e monetaria delle quali la maggior parte di coloro che utilizzano il denaro non sa praticamente nulla.
Chi decide, ad esempio, quanto denaro debba esserci in circolazione e chi lo produce?
Molti pensano che sia la banca centrale a produrre denaro. In realtà questo è vero in piccola parte.
Molti pensano che il denaro sia una merce limitata, come potrebbe essere il petrolio, ma non è così. Il denaro non è una merce, è la rappresentazione di una relazione. Dire: “lo Stato non ha il soldi” significa che non vogliamo o non possiamo modificare determinate regole che ci siamo auto-imposti. Lo stesso problema del debito pubblico è un problema solo perché siamo ingabbiati in una concezione del denaro che è assolutamente autolesionista, almeno per il 95% della popolazione.
L’errore chiave della nostra attuale concezione del denaro, come ho scritto altre volte su questo spazio, è quello di considerarlo contemporaneamente uno mezzo di scambio ed un mezzo di accumulo. E’ evidente a chiunque che se il denaro è un buon mezzo di accumulo non sarà mai un perfetto mezzo di scambio e viceversa. Ciò che lo rende un buon mezzo di accumulo è il tasso d’interesse. Il tasso d’interesse è una delle cause principali di tutti i nostri problemi economici-finanziari. La maggioranza delle persone non si rende conto che paga interessi in continuazione, anche se non ha contratto nessun finanziamento. Se una persona ha i suddetti 100.000 euro in titoli di stato, magari è felice di ricevere tre o quattro migliaia di euro di interessi, però non si rende conto delle decina di migliaia di euro di interessi che paga ogni anno.
Circa un quinto delle entrate dello stato se ne vanno per pagare gli interessi. Quindi un quinto delle tasse che paghiamo è dovuto ad interessi. Se uno acquista un automobile, del prezzo dell’automobile, una fetta molto consistente è costituita dai costi finanziari –cioè dagli interessi– che la casa produttrice paga.
Per gli immobili (sia che siamo in affitto, sia che abbiamo acquistato la casa) circa la metà dei costi che paghiamo per avere un tetto sotto la testa è dovuta agli interessi. In breve, noi paghiamo interessi continuamente, al supermercato, al bar, in palestra, ecc., ma non ce ne rendiamo conto! La cosa più grave è che la presenza del tasso d’interesse determina una concentrazione di ricchezza monetaria nelle mani di pochissimi.
Questo non è solo un problema di giustizia è anche un problema economico-finanziario. L’eccessiva concentrazione di ricchezza finanziaria nelle mani di pochi crea costanti disequilibri sia economici che finanziari i quali sono la causa di crisi finanziarie ed economiche sempre più grandi.
La soluzione radicale al problema, quindi, sarebbe quella di separare la funzione di accumulo di ricchezza da quello di mezzo di scambio, abolendo il tasso d’interesse ed introducendo un costo legato al possesso del denaro, ovvero un tasso d’interesse negativo. Il denaro, così liberato dal tasso d’interesse, diventerebbe un perfetto mezzo di scambio e la funzione di accumulo verrebbe riservata alle merci con tutte le problematiche che è giusto debbano essere collegate alla gestione di accumuli di ricchezza.
Questo, contrariamente a quanto si è portati a pensare, aumenterebbero il potere di acquisto perché il prezzo delle merci diminuirebbe e le tasse potrebbero essere ridotte drasticamente (non solo per i risparmi dello Stato sugli interessi, ma perché le imposte sui redditi verrebbero sostituite da questa forma di tassazione monetaria che è il tasso d’interesse negativo).
Gli unici che verrebbero penalizzati da una riforma radicale come questa sono coloro che riscuotono più interessi rispetto a quelli che pagano. Sono i super-ricchi. Coloro che hanno svariati milioni di euro in banca e possono vivere di rendita.
Questa esigua minoranza non vedrebbe più aumentare automaticamente il proprio enorme patrimonio e quindi ostacolerebbe in ogni modo una riforma del genere. Se avesse una prospettiva più lungimirante, però, si renderebbe conto che una riforma del genere gli consentirebbe di godere della loro enorme ricchezza senza attraversare quelle fasi di choc finanziario che sono assolutamente inevitabili con l’attuale modello. Stiamo vivendo una fase storica nella quale le principali banche centrali del mondo stanno mettendo in atto politiche monetarie non convenzionali per tentare di uscire da una crisi del sistema finanziario senza precedenti. Gli effetti di lungo termine di queste politiche sono sostanzialmente impossibili da prevedere. Sono ancora in pochi ad avere acquisito la consapevolezza che è l’attuale modello di moneta che non è più sostenibile. (3)
Abbiamo bisogno di una diversa concezione del denaro. Se il popolo si rendesse realmente conto di cos’è il denaro, come funziona, come viene prodotto, come viene redistribuito, avremmo risolto buona parte dei problemi economici perché l’attuale modello di moneta verrebbe travolto in favore di un modello più razionale e sostenibile.
Purtroppo, abbiamo un enorme problema d’informazione. Fino ad una quindicina di anni fa, semplicemente non se ne parlava. Oggi, con Internet, se ne parla molto nei così detti siti di “contro-informazione” ma insieme a tante cose corrette si dicono un mare di panzane colossali. Questo scredita completamente l’argomento agli occhi di chi è abituato ad affrontare le cose seriamente ed il tema non viene praticamente mai sollevato nei mezzi d’informazione tradizionali perché si pensa che l’argomento sia frutto di invenzioni di qualche complottista fuori di testa.
Prima o poi (purtroppo, temo più poi che prima) il tema dovrà essere affrontato. Questo sistema monetario non è sostenibile. Potrà reggere forse ancora qualche decennio, ma una riforma radicale sarà inevitabile e per allora anche la conoscenza del problema sarà molto più diffusa di quanto lo sia oggi. Almeno lo spero.

venerdì 2 agosto 2013

L’economia reale delle Marche negli ultimi 20 anni

                           Le Marche sono probabilmente la regione più colpita dalla crisi
Il Pil pro capite delle Marche cresce del 13,8% tra il 1995 e il 2002, segue un periodo di moderata crescita fino al 2007 (+2,7%) per poi decrescere negli ultimi 4 anni (-7,6%).
Pil pro capite Marche
Posizione occupata dalle Marche nella graduatoria delle regioni italiane per valore del Pil pro capite (valori concatenati):
19951996199719981999200020012002200320042005200620072008200920102011
11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°11°
Fonte: elaborazione Scenarieconomici.it su dati ISTAT

Il saldo commerciale (riferito ai soli interscambi con l’estero, e non verso le altre regioni italiane) risulta sempre positivo nel periodo preso in esame, anche se dal 2007 il netto calo delle esportazioni sta portando la bilancia verso il pareggio.
Bilancia commerciale Marche
Posizione occupata dalle Marche nella graduatoria delle regioni italiane per valore delle importazioni per abitante:
199519961997199819992000200120022003200420052006200720082009201020112012
13°13°12°12°12°14°13°11°12°14°12°11°10°11°11°11°11°11°

Posizione occupata dalle Marche nella graduatoria delle regioni italiane per valore delle esportazioni per abitante:
199519961997199819992000200120022003200420052006200720082009201020112012
Fonte: elaborazione Scenarieconomici.it su dati ISTAT
Esportazioni nette Marche
Posizione occupata dalle Marche nella graduatoria delle regioni italiane per valore delle esportazioni nette per abitante:
199519961997199819992000200120022003200420052006200720082009201020112012
Fonte: elaborazione Scenarieconomici.it su dati ISTAT
Specializzazione Marche
La situazione nel mercato del lavoro nelle Marche è andata migliorando fino al 2007, quando il 64,8% della popolazione in età lavorativa aveva un’occupazione e solo il 2,9% non riusciva a trovare lavoro. Da allora la crisi si è fatta sentire: la percentuale di occupati sulla popolazione lavorativa è calata del 3,4% mentre la percentuale dei disoccupati è più che raddoppiata (+124,1%).
Occupazione Marche
Posizione occupata dalle Marche nella graduatoria delle regioni italiane per percentuale di disoccupati sulla forza lavoro:
199519961997199819992000200120022003200420052006200720082009201020112012
16°17°16°17°16°15°15°14°15°12°13°13°14°14°12°17°11°12°

Posizione occupata dalle Marche nella graduatoria delle regioni italiane per percentuale di occupati sulla popolazione in età lavorativa:
199519961997199819992000200120022003200420052006200720082009201020112012
10°10°
Fonte: elaborazione Scenarieconomici.it su dati ISTAT

La crisi si sta facendo sentire anche nel turismo.
Turismo Marche
Posizione occupata dalle Marche nella graduatoria delle regioni italiane per giornate di presenza nel complesso degli esercizi ricettivi (giornate per abitante):
19951996199719981999200020012002200320042005200620072008200920102011
Fonte: elaborazione Scenarieconomici.it su dati ISTAT

Anche le Marche stanno vivendo un notevole ridimensionamento nel settore immobiliare e delle auto.
Volume compravendite Marche

Noi non ci fermeremo mai perchè siamo figli delle stelle

Noi non ci fermeremo mai perchè siamo figli delle stelle.
La cantavano i giovani alla fine degli anni'70.

E tra questi, la maggioranza si era staccata dal modello consociativo della politica italiana (in quel momento l'Italia era governata dalle cosiddette "larghe intese di responsabilità nazionale al fine di affrontare l'attuale emergenza", invenzione non di Enrico Letta, bensì di Francesco Cossiga nel maggio del 1977)
e i giovani scendevano in piazza non più soltanto a protestare, a sparare (come si faceva allora) a spaccare le vetrine per scaricare rabbia e frustrazione per poi finire per votare la DC il PCI il PSI il MSI. 
Stava accadendo qualcosa di diverso, perchè, per l'appunto "non si volevano fermare più".

Finchè non avessero cambiato questo modello iniquo, perverso, corrotto e falso, di società italiana.
E quella canzone colpì la nazione perchè sintetizzò gli umori dei tempi. Tempi che cambiavano con un modello di creatività nuova che fece diventare matti i burocrati di partito.

Per loro era incomprensibile.
Da allora, sono trascorsi 35 anni.
L'Italia è rimasta la stessa.
La classe politica è la stessa.
I problemi sono gli stessi identici di allora, aggravati dal fatto di trovarci oggi con 35 anni da recuperare, perchè l'Italia da allora è bloccata, immobile, paralizzata.
Pietrificata nel Tempo.

Oggi,con la conferma della condanna di B.
Forse....... possiamo ripartire,saremo noi i figli delle stelle ?


venerdì 26 luglio 2013

Ai Marchigiani


Ma perché, all’improvviso, il potere esecutivo pigia sull’acceleratore e denuncia una fretta indiavolata? Perché devono a tutti i costi fare in modo di mettere le mani sulla Costituzione entro il 15 agosto e modificarla subito? Per far passare quali dispositivi? Dando un’occhiata ai mercati internazionali, lo si capisce subito. Eccome se lo si capisce.
In totale contro-tendenza con ciò che Saccomanni ha sostenuto a Mosca, con ciò che Letta ha dichiarato di aver ottenuto a Londra e con ciò che Zanonato, Quagliarello e Alfano vanno in giro a dichiarare ufficialmente, i mercati stanno rispondendo.
Non è questo che ci dicono sempre?
Non è forse questo che ci tocca sentire un giorno sì e un giorno no? “Vediamo che cosa dicono i mercati” oppure “la parola adesso passa ai mercati”, ecc, ecc? Ebbene, i mercati stanno parlando.
Oggi, giovedì 25 Luglio, facendo seguito alla decisione di Standard & Poor’s (stabilita ieri sera alle ore 19 italiane con il declassamento dei primi 31 istituti finanziari italiani definiti “in crisi di liquidità e ai limiti del collasso finanziario”) l’intero mondo finanziario internazionale sta dando l’ordine di NON investire in Italia per via delle banche. Esattamente l’opposto di quanto ci sta dicendo il governo.
Il caso estremo che sta sul tavolo dei politici, in questo momento, è la Banca delle Marche, una delle più solide (un tempo) banche italiane e polmone finanziario della regione più industriosa d’Italia, un tempo roccaforte prima del PCI, poi dei DS e infine del PD che nel 2008 aveva ottenuto il 37% dei voti. Ma alle ultime elezioni, il collasso elettorale. Il M5s diventa primo partito con più del 30%. E i deputati eletti in regione si rimboccano le maniche e cominciano a lavorarci su.
E così, grazie al loro impegno veniamo a sapere la reale situazione delle Marche.
Certo, non ha avuto diffusione nazionale e nessuno ne ha parlato. Nel senso di nessuno. Con una eccezione. Il sito on-line Ancona today, che oggi pubblica l’articolo che qui riproduco alla vostra attenzione. Tutto ciò per merito della deputata Donatella Agostinelli, eletta nella circoscrizione Marche, che ha denunciato la reale situazione finanziaria. Laureata in giurisprudenza, con la specializzazione in criminologia, è una esperta sulle manipolazioni in campo mediatico.
A questo servono gli eletti di M5s alla Camera: a smascherare i giochi sottobanco dei partiti che usano il finanziamento pubblico per dirottarli nelle fondazioni che poi alimentano le banche che passano i soldi ai partiti per mantenere le clientele, sottraendo fondi allo Stato, all’economia del territorio, alle aziende.
La Banca delle Marche ha sei giorni di tempo per trovare 80 milioni di euro, altrimenti verrà commissariata: una mannaia per l’intera regione. Dal tesoro neppure una parola, da parte del governo neppure. Le fondazioni che la reggono non hanno più soldi perché il PD ha perso le elezioni e quindi le clientele si sono assottigliate. Non ci sono più santi in paradiso a provvedere. Non soltanto non pagano le aziende, ma siamo arrivati al vero parossismo: le banche chiamano gli imprenditori che loro hanno favorito per malleveria politica e chiedono loro di versare dei soldi per salvare le banche: un vero delirio. Sono le aziende che adesso vengono ricattate dal sistema bancario; una follia finanziaria tutta italiana. La nostra classe politica pensava che “i mercati” non se ne sarebbero accorti. Ecco che cosa sta accadendo nella Regione Marche

mercoledì 24 luglio 2013

IL VERO SCOPO DEL GOVERNO LETTA-NAPOLITANO

Il paradosso del governo Letta è che esso non reagisce al collasso economico, non fa quasi nulla, limitandosi a temporeggiare, rinviare e farsi difendere,  mentre è stato formato e giustificato come governo trasversale imposto dall’esigenza di fronteggiare l’emergenza mediante interventi pronti forti  e risolutivi sull’economia, sulla costituzione, sulla legge elettorale. Debito pubblico, disoccupazione, insolvenze, fallimenti salgono, sale anche lo spread, la recessione porta a sforare il tetto del 3% di deficit (quindi a riaprire la procedura di infrazione), e il governo se ne sta a guardare, al massimo impetra l’autorizzazione tedesca a spendere qualche miliardo di soldi italianispalmato sui prossimi anni, un ,niente rispetto alle dimensioni del male. Che cosa sta ad aspettare? Perché non ce lo dice?
Questa è una contraddizione vistosissima, da cui si esce chiamando il bluff: il vero scopo del governo Letta e della blindatura Napolitano non è salvare l’Italia, ma  proteggere l’establishment consolidato, la partitocrazia, impedendo che perda il potere sul Paese e i suoi privilegi e rendite per effetto della crisi, della lotta tra le sue fazioni,  dello sputtanamento reciproco totale, del discredito delle istituzioni, della possibile reazione sociale al tracollo economico, da una possibile avanzata di movimenti sbaraccatori antisistema. A tale scopo, l’importante, per i partiti, è stare insieme qualsiasi cosa accada,  votarsi insieme la conferma del finanziamento pubblico, mantenere gli introiti fiscali che si spartiscono, gli enti inutili, le 35.000 poltrone nelle società partecipate, l’esercito degli alti burocrati superstipendiati, gestire insieme il giorno per giorno, galleggiare, aspettando gli eventi e le decisioni che contano, che vengono da fuori: le elezioni tedesche, le mosse della BCE, della Fed, di Obama, un possibile schock di mercato sul debito pubblico. Per poi riciclarsi. Più che un governo, quello di Letta e Napolitano è un’arca di Noè in cui la casta cerca di sopravvivere al diluvio. Essendo un’arca di Noè, non ha una rotta, non ha neppure le vele. Ecco perché non fa nulla, sta insieme e viene nondimeno protetto come una cosa preziosa.
Mettere assieme i grandi avversari (PD, Pdl, Montiani, Casiniani)e blindare tale coalizione rieleggendo Napolitano non è stato fatto al fine di avere la forza e la coesione necessarie per riformare e rilanciare il Paese e tutelarlo in sede comunitaria – da anni nessuno più tenta di riformare il Paese o di tutelarlo rispetto a Germania, Francia e soci -, bensì al fine di realizzare una solidarietà partitocratica nell’interesse del potere e dei profitti e delle poltrone. Al fine di corresponsabilizzarsi del disastro socio-economico, ma anche del collasso funzionale dell’apparato pubblico, che sta rapidamente avanzando, e che in autunno esploderà quando molte imprese non riapriranno e bisognerà fare ulteriori tagli e tasse, e non si potranno mantenere le promesse di partenza su imu, iva, cuneo fiscale. E forse arriverà lo schock economico che Grillo e Casaleggio stanno vigorosamente preannunciando. Al fine di corresponsabilizzare tutti nel fallimento e nelle misure che a quel punto si adotteranno per fronteggiare la protesta sociale: misure sicuramente dure, autoritarie, repressive. Le porcate grosse si fanno, ma si fanno insieme, ci si mette tutti la faccia! Non si vuole che, in quello scenario, vi sia un’opposizione forte e organizzata che possa approfittare del fallimento delle politiche economiche impostate sul modello imposto da Berlino e del ricorso alla forza contro il popolo, per prendere il potere e togliere poltrone e cordini della spesa pubblica e le leve di comando anche burocratiche e giudiziarie dalle lunghe mani di chi li detiene stabilmente. Forse, per averlo in coalizione, a B. è stata offerta anche una soluzione per i problemi legali suoi personali e del suo gruppo industriale, anche in relazione al problema della dubbia legittimità del duopolio televisivo e  delle sue frequenze di trasmissione.

Dal blog di Marco della Luna

martedì 23 luglio 2013

Dove ti arriva il governo " Alfetta "

Nel governo “Alfetta” (Alfano/Letta) composto grazie ai buoni uffici del pres. Napolitano, a garanzia della prosecuzione delle politica neo liberista di rigore e tagli inaugurata da Monti, si è materializzato recentemente, per bocca del ministro Saccomanni, lo spettro di nuove privatizzazioni che consistono in pratica nella messa in vendita sul mercato di quote dell’ENEL, dell’ENI e di Finmeccanica, in pratica le ultime grandi aziende rimaste quasi interamente a capitale pubblico.

Pare che ci siamo.

Sapete tutto questo gran parlare di debito pubblico? E dobbiamo rimodularlo, e dobbiamo ridurlo, e dobbiamo vender caserme.....
Uno pensa di ridurre il debito, ma invece, oooooops, che sorpresa! Ho abbattuto il Pil e il rapporto debito/Pil si è alzato... 

Mannaggia, vabbe', mi sono sbagliato: capita!

Oplà, debito pubblico record in Italia nel primo trimestre del 2013. 
Secondo Eurostat, il rapporto debito/pil ha raggiunto quota 130,3%, contro il 127% dell’ultimo trimestre del 2012.
Monti aveva fatto un gran ben lavoro,ora " Alfetta " cercherà di superarlo,e ci riuscirà.

Il problema del debito ce lo siamo causato da soli aggredendo il sintomo anziché la causa della crisi, cioè il debito pubblico anziché quello privato estero.

Ora abbiamo un governo che ha una missione ben precisa: 
Tutelare non l'interesse nazionale, ma quello dei creditori esteri, che ovviamente (e in parte legittimamente, ma solo in parte) desiderano essere rimborsati in euro.

Ma cose' l'Euro per noi ?
Semplice,una moneta estera.

Ora, da che mondo è mondo, una valuta estera da dove ce la si procura?
Altrettanto semplice,dall'estero,cercando di andare in surplus di bilancia dei pagamenti,cioè di ottenere più pagamenti dall'estero di quanti pagamenti si facciano all'estero.

E come si ottiene un surplus di bilancia dei pagamenti?
Sempre semplice: O importando di meno o esportando di più.

E come si ottengono questi due risultati? 
Be', per importare di meno basta tagliare i redditi: i cittadini comprano di meno.
E per esportare di più ?
Basta tagliare i redditi ancora un pò di più.
Cresce la disoccupazione, i lavoratori,accettano retribuzioni inferiori, i produttori nostrani possono abbassare i prezzi, e se non vengono spazzati via dal calo della domanda interna (perché i loro lavoratori, pagati di meno, non possono comprare né all'interno né all'estero), forse, dopo un po', ricominciano a vendere all'estero (all'interno ovviamente no perché il paese nel frattempo si è impoverito).
L'austerità consente di ottenere due obiettivi,il calo delle importazioni,poi forse l'aumento delle esportazioni.

Ma se tagli il reddito privato sai cosa succede ?
Da tutto il settore privato arrivano meno imposte,quindi tutti i benefici iniziali si annullano.

Ed e' quì che scende in campo la svendita.
Chiunque vi parli di vendere qualsiasi pezzo di Italia al capitale estero (fosse pure un etto di sabbia della spiaggia di Maccarese) sta tradendo il nostro paese, e lo sta facendo in modo subdolo e con un obiettivo ben preciso: quello di convincervi che siccome "abbiamo vissuto al disopra dei nostri mezzi" ora dobbiamo "vendere i gioielli di famiglia". 
Due luoghi comuni che non vogliono dire niente, ma che mirano a uno scopo ben preciso:
Farvi apparire come naturale la svendita al capitale estero dell'ENI.

Quale creditore intelligente chiederebbe a un artigiano di vendere i propri utensili per abbattere, poniamo di 10, un debito di 100?
Nessuno, per il semplice motivo che il restante 90, l'artigiano, senza utensili non riesce a rimborsarlo, perché smette di lavorare.
L'Italia priva delle sue aziende diventerebbe semplicemente un serbatorio di manodopera molto qualificata e sempre più a buon mercato. Chiunque vi parli di vendere ai creditori esteri anche solo un sasso del nostro paese coopera, che lo sappia o meno, a questo progetto.